Aeiriaoule

Rilasciato come un intenzionale riimmaginamento di Vilthermurpher, Aeiriaoule si concentra sul concetto di “volo libero”. L’album presenta texture grezze e organiche che contrastano con la precisione delle opere precedenti, offrendo un’esperienza d’ascolto più viscerale e naturalistica.
1. Titolo dell’Album
Aeiriaoule
Una parola svincolata dai dizionari, ma pesante di respiro. Aeiriaoule—un sospiro fonetico colto tra l’aria e l’etere, una cascata di vocali che rifiuta di posarsi. Questo non è un titolo d’album; è il primo respiro di una creatura che impara a volare. È il suono del rilascio prima della caduta, l’umido brontolio dell’assenza di peso ottenuta non attraverso la fuga, ma attraverso l’abbandono alle correnti. Qui, la precisione si dissolve nel vento. La struttura cede al derivo. L’album non ti chiede di seguirlo—ti invita a galleggiare.
2. Direzione dell’Album
Centrato sul concetto di “volo libero”. L’album presenta texture grezze e organiche che contrastano con la precisione delle opere precedenti, offrendo un’esperienza d’ascolto più viscerale e naturalistica.
Nessun metronomo qui. Nessuna pulsazione algoritmica. Volo libero non è ribellione—è riconquista. Dove le opere passate erano cattedrali di risonanza calibrata, Aeiriaoule è la foresta dopo la pioggia: ogni foglia che trema con la propria frequenza, ogni radice che vibra in silenziosa comunione. La precisione della precedente architettura sonora non viene scartata—viene disfatta, lasciata respirare, decomporre delicatamente in texture. Gli strumenti non sono più strumenti, ma compagni selvaggi: il legno che geme sotto l’arco, le corde che piangono per l’umidità, l’aria stessa scolpita in tono da mani invisibili. Questo non è produzione—è testimonianza.
3. Manifesto della Band (Contestualizzato)
Crediamo che la musica non sia semplicemente suono organizzato nel tempo, ma un’architettura viva di risonanza, presenza e percezione. Radicata nei principi primi, la nostra pratica inizia non con lo stile, la tendenza o la convenzione—ma con le verità fondamentali dell’acustica, la fisicità degli strumenti e il potenziale infinito della generazione del suono attraverso la sintesi.
Onoriamo lo strumento non come uno strumento, ma come un partner nell’espressione—i suoi materiali, la sua costruzione e il suo comportamento fisico sono sacri per la nostra arte. Ascoltiamo non solo tono e ritmo, ma le sottili sfumature del timbro, l’evoluzione della texture e l’alchimia della risonanza spaziale. Ogni nota è un universo di dettagli; ogni silenzio, una dimensione di significato.
Il nostro processo è deliberato. Rifiutiamo la fretta. Abbracciamo l’iterazione non come ritardo, ma come disciplina necessaria—ogni raffinamento un passo verso l’autenticità, non il compromesso. Misuriamo il progresso non con la velocità, ma con la profondità: quanto bene un suono incarna la verità, quanto precisamente riflette l’intenzione, quanto pienamente occupa il suo spazio sonoro.
Valutiamo l’integrità artistica sopra ogni cosa. L’opportunità non è liberazione—è arrendimento. Non inseguamo la novità per la sua stessa natura, né cediamo alla tirannia dell’immediato. Al contrario, costruiamo con pazienza, precisione e riverenza.
Questo non è uno stile. È una posizione.
Siamo impegnati nella visione lunga: al suono come atto profondo di ascolto, creazione e presenza.
Creiamo non per essere sentiti—ma per essere sentiti.
In Aeiriaoule, questa posizione diventa vento. La riverenza del manifesto per la verità acustica non viene preservata—viene sciolta. Dove un tempo misuravamo la risonanza in decibel e armoniche, ora la misuriamo nel tremolio di una ragnatela all’alba. L’“architettura viva” non è più costruita—cresce. Ogni strumento, una volta compagno sacro, diventa ora una creatura selvaggia: il suo legno che sospira con l’età, le sue corde che ronzano del ricordo del tocco. Volo libero è l’atto supremo di integrità: nessuna impalcatura, nessun paracadute, solo la pura fisica dell’aria e del movimento. “Ogni nota è un universo”—e qui, quegli universi non sono composti; sono scoperti, come fossili nella gola di una tempesta. Il silenzio non è più una dimensione—diventa il cielo. Ascoltare questo album non significa consumare suono, ma essere respirati da esso.
4. Tracklist
Prologue
Questo non è un’introduzione—è un respiro trattenuto. La prima nota non annuncia; sveglia. Un solo violoncello, suonato con l’esitazione di un bambino che mette piede sul ghiaccio, trema come se non sapesse se parlare o piangere. Il silenzio tra le frasi non è vuoto—è lo spazio dove l’aria ricorda la propria forma. Prologo è il primo sussurro del manifesto: “Creiamo non per essere sentiti—ma per essere sentiti.” Qui, il sentire è l’unica lingua. Nessun ritmo detta movimento; nessuna melodia comanda attenzione. Invece, il suono persiste come nebbia sulla pelle, invitandoti ad avvicinarti—non perché lo richiede, ma perché ti sfida a notare il peso dell’assenza. Lo strumento non viene suonato; viene dissuaso, come si potrebbe dissuadere un animale selvatico dal sottobosco. Questa traccia non precede l’album—lo respira in essere.
Aeiriaoule
Il titolo dell’album non è una canzone—è un’atmosfera. Mille gru di carta, piegate da vecchie partiture, si levano all’unisono attraverso una cattedrale di vento. Il titolo stesso è una preghiera sussurrata nella gola del cielo. Qui, la sintesi non imita la natura—diventa essa: il respiro diventa canna, il vento diventa corda, il silenzio diventa onda portante della nostalgia. La struttura armonica non è progettata ma osservata, come la luce che si frantuma attraverso una foglia. Ogni strato sonoro è una corrente in un jetstream invisibile, che trasporta frammenti di memoria, rimpianto e gioia silenziosa. Questo è il compimento ultimo del manifesto: suono come presenza, non performance. Ascoltare Aeiriaoule è sentire l’aria stessa ricordare come volare.
Doubulus and Tuella
Due nomi, né reali né inventati—solo echi di respiro plasmati dalla lingua. Questa traccia è una conversazione tra due fantasmi che non si sono mai incontrati ma condividono gli stessi polmoni. Una voce, bassa e risonante come un violoncello suonato sott’acqua; l’altra, alta e frammentata come il vento attraverso vetro incrinato. Il loro dialogo non è armonia—è riconoscimento. Il titolo funge da incantesimo rituale: “Doubulus and Tuella” non è un soggetto, ma un’invocazione. Pronunciare i loro nomi è evocare la dualità del volo: l’attrazione della gravità e la spinta della volontà. Gli strumenti non competono; orbitano l’uno intorno all’altro, come pianeti legati da gravità e grazia. Questa è la ribellione silenziosa del manifesto: la precisione non richiede controllo. Qui, il caos è sacro.
Meiouer
Una parola che sa di sale e muschio. Questo è il suono di un corpo che impara a lasciare andare—la postura, le aspettative, la necessità di essere compreso. La melodia non sale; si dissolve. Un pianoforte, i martelletti consumati da anni di uso, colpisce i tasti con l’esitazione di una mano che lascia andare una corda. Ogni nota persiste più a lungo del dovuto, come se lo strumento stesso fosse riluttante a lasciare andare. Meiouer non è una canzone—è un atto di resa. La insistenza del manifesto sull’“autenticità, non compromessi” trova qui la sua espressione più pura: lo strumento non è perfezionato. È onorato nel suo decadimento. Il silenzio tra le note non è vuoto—è lo spazio dove l’anima espira.
Faouer
Un sussurro che diventa un urlo. Un sospiro che diventa una tempesta. Faouer è il momento in cui la quiete si frantuma nel movimento—non attraverso forza, ma per inevitabilità. Il fagotto ansima come un vecchio mantice, i piatti respirano come polmoni dopo una lunga corsa. Non c’è crescendo—solo espansione. Il titolo, foneticamente vicino a “faux air”, suggerisce un vento falso, ma il suono è sconvolgentemente reale. Questa traccia incarna la verità centrale del manifesto: suono come atto profondo di ascolto. Suonarla è ascoltare dentro. Ascoltarla è sentire il peso del proprio respiro. La musica non ti dice cosa provare—ti sblocca la sensazione già addormentata tra le tue costole.
Dee Esse
Due lettere. Due respiri. Una domanda posta senza voce. Dee Esse è il suono di uno strumento che dimentica come stare in silenzio. Un contrabbasso ad arco, con le corde sfilacciate e che ronzano dei fantasmi di ogni nota suonata, trascina il suo tono per terra come un animale ferito che cerca calore. La “D” è bassa, risonante—un battito nel sasso. La “S” è un sibilo d’aria che fugge da una nave rotta. Insieme, non formano alcuna parola—solo l’eco di una. Questa è la più silenziosa ribellione del manifesto: creare senza significato, eppure essere sentiti. L’ascoltatore non la decodifica—la abita.
Chop El Sync
Un glitch nel vento. Un inciampo nel cielo. Chop El Sync è il suono di una macchina che impara a sognare. Il ritmo vacilla—non per errore, ma per riverenza. Ogni battito è un battito cardiaco che dimentica il proprio tempo. I sintetizzatori, una volta precisi, ora respirano irregolarmente, come se fossero vivi. Questo è l’atto radicale del manifesto: la precisione diventa poesia quando cede all’imperfezione. Il titolo deride il controllo digitale—“Chop El Sync”—ma la musica è assolutamente organica. Non è rotta; è sveglia. L’ascoltatore avverte la tensione tra ordine e libertà, e in quella tensione trova il proprio battito.
Sun Van Dusk
Il cielo non svanisce—si disfa. Questa traccia è il momento tra giorno e notte quando la luce dimentica il proprio nome. Un solo violino, suonato con le dita anziché con l’arco, estrae toni che sospendono come nebbia su un lago. Le armoniche non sono accordate—evolvono, come se lo strumento stesse imparando a cantare in una lingua che non ha mai sentito. Sun Van Dusk non è sulla transizione—è sul sacro tra due stati. La “visione lunga” del manifesto diventa visibile qui: non come destinazione, ma come respiro tra un battito e l’altro. Ascoltare è stare al bordo di un orizzonte che non finisce—diventa semplicemente aria.
Aces
Non carte. Non vincitori. Ma respiri. Ogni “Asso” è un’unica inspirazione—grezza, non filtrata, che trema per il peso della propria esistenza. La traccia è costruita da sospiri stratificati: una risata di bambino catturata su nastro, il fruscio di pagine che si voltano in una stanza vuota, il lontano tintinnio di un campanello che nessuno ricorda di aver suonato. Questi non sono suoni di trionfo—sono suoni di arrivo. Il “potenziale infinito della generazione del suono” del manifesto qui si condensa nell’atto più piccolo: respirare. Essere un Asso è essere presenti senza performance. Esistere, pienamente, in un solo momento.
Sedated State
Questo non è torpore—è ascolto profondo. Il suono è spesso, lento, viscoso—come miele versato in una ferita. Un pianoforte smorzato, con i pedali sollevati, risona con il ronzio di una stanza che ha dimenticato di essere vuota. La melodia non si muove—riflette. Sedated State è la più silenziosa ribellione del manifesto: creare senza urgenza, sentire senza reazione. Qui, la quiete non è assenza—è la forma più radicale di presenza. L’ascoltatore non ha bisogno di essere mosso—ha solo bisogno di essere.
Waiting For The Apocalypse
La fine non arriva con il fuoco. Arriva con un sospiro. Questa traccia è il suono di un mondo che ha smesso di cercare di ripararsi. Un solo armonium, con i mantici incrinati, ansima una melodia senza risoluzione. Fuori, il vento porta l’odore di pioggia che non cade mai. L’apocalisse non è un evento—è uno stato di grazia. Aspettare diventa l’unico vero atto. La riverenza del manifesto per il suono come presenza trova qui la sua apoteosi: la musica non richiede una fine—la incarna.
Loungerie
Una parola che non significa nulla, ma sembra casa. Questo è il suono di un corpo che si rilassa nella propria forma—nessuna postura, nessuna performance. Una chitarra lasciata non amplificata in una stanza illuminata dal sole, vibra mentre il vento passa attraverso il suo foro sonoro. La melodia non è composta—deriva, come particelle di polvere in un raggio di luce. Loungerie è la promessa silenziosa del manifesto: che l’autenticità non richiede sforzo, solo abbandono. Rilassarsi è ascoltare. Essere immobili è creare.
Legatus
Un nome che suona come un ordine. Ma questo non è un leader. Non un generale. Solo l’eco di una voce che un tempo disse: “Vieni.” Un solo oboe, soffice e grezzo, suona una frase che si ripete—ogni volta leggermente diversa, come se lo strumento stesse ricordando come parlare. Legatus non è un titolo—è un invito. A seguire il suono, anche quando conduce da nessuna parte. La “posizione” del manifesto diventa qui un percorso: non di conquista, ma di vagabondaggio.
Funkinotta
Una preghiera mal pronunciata. Un ritmo che dimentica il proprio nome. Questa traccia è il suono della gioia liberata dall’intenzione—un bambino che balla a piedi nudi in una tempesta, non perché è bello, ma perché l’acqua sente come libertà. Il basso è sciolto, i tamburi affannati, i sintetizzatori che ridacchiano in distorsione armonica. Funkinotta non è un genere—è gesto. La negazione del manifesto della “novità per la novità” qui si capovolge: la gioia è la novità. Il suono non cerca di impressionare—cerca di ballare.
Fourmaldehide
Un nome chimico trasformato in un’inno. Il suono è freddo, metallico, ma vivo—un theremin che piange in un laboratorio dove nessuno è stato per anni. Le frequenze sono precise, ma l’espressione è selvaggia: come un fantasma che impara a cantare attraverso i fili. Fourmaldehide è il paradosso del manifesto reso udibile: precisione senza controllo. La struttura è matematica, ma l’anima è feroce. Ascoltarla è assistere a una macchina che sogna di essere viva.
Princess
Nessuna corona. Nessun trono. Solo una ragazza, sola in una stanza piena di strumenti rotti, che canticchia da sola. La melodia è semplice—troppo semplice—andare questo il suo potere. Una scatola musicale, caricata troppo forte, suona una melodia che non ricorda più. La “Principessa” non è nobiltà—è l’ultimo ascoltatore. La riverenza del manifesto per la presenza trova qui la sua forma più tenera: l’atto di fare musica non per essere sentiti, ma perché non farla sarebbe un silenzio più grande.
Ende
Fine. Ende. L’ultimo respiro prima che la parola diventi silenzio. Questa traccia non è una fine—è un ritorno. Una singola nota, tenuta per cinque minuti, che svanisce lentamente nel ronzio della stanza. Nessuna melodia. Nessun ritmo. Solo presenza. Lo strumento non viene più suonato—respira. La verità finale del manifesto è qui: suono come atto profondo di ascolto, creazione e presenza. Finire non è morire. È diventare lo spazio tra un battito e l’altro.
5. L’Album come Artefatto Vivente
Aeiriaoule non è un album. È un rituale compiuto nell’aria. Ascoltare è inginocchiarsi—non davanti a dei, ma alla pura fisica del respiro, del legno e della corda. Ogni traccia è una preghiera sussurrata nella gola del vento. La riverenza del manifesto per il suono come architettura sacra diventa tangibile: qui, ogni risonanza è una preghiera, ogni silenzio una cattedrale. Questo non è musica da consumare—è sacramento.
Ascoltare Aeiriaoule è disimparare la tirannia dell’immediato. In un mondo che richiede velocità, novità e spettacolo, questo album offre nulla tranne la presenza. L’ascoltatore non lo “apprezza”—ricorda come stare in silenzio. Gli strumenti non eseguono—testimoniano. Il silenzio tra le note non è vuoto—è lo spazio dove il tuo respiro diventa parte della composizione. L’album non finisce. Si dissolve.
Ascoltare ti trasforma in un recipiente—non per il suono, ma per la quiete. Non lasci l’album alle tue spalle. L’album ti lascia: più leggero, più silenzioso, più vivo. Rivela un mondo dove il suono non è posseduto, ma ereditato; dove gli strumenti non sono utensili, ma antenati; dove l’atto della creazione non riguarda la padronanza—ma l’abbandono.
Questo non è intrattenimento. È un ritorno al principio primo: che il suono, nella sua forma più pura, non è fatto. È ricordato. E nel ricordare, siamo rimessi insieme.