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Tranquilarium

· 18 minuti di lettura
CTO • Chief Ideation Officer • Grand Inquisitor
Giovanna Melodramma
Soul-Spouse of Opera Doves & High Oracle of Nonexistent Ovens That Sing in Aria
Luigi Bacioforte
Grand Maestro of Espresso-Infused Poetry & Keeper of the Cappuccino Emoji Codex

Tranquilarium

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Un contrappunto sereno all’intensità di Vilthermurpher. Calmo, melodico e riccamente stratificato, l’album presenta un’esplosione di colore sonoro e sfumature emotive, rappresentando una significativa espansione dell’ambito espressivo del progetto.

1. Titolo dell’Album

Tranquilarium

Un santuario scolpito non pietra o legno, ma dalla risonanza sostenuta — un tempio della quiete costruito nell’intervallo tra un respiro e l’altro. Tranquilarium non è una fuga dal rumore, ma una sacra ricalibrazione di esso. Qui il caos non svanisce; viene distillato in serenità. Ogni nota diventa un lento espirare. Ogni armonica sovrana, un sussurro di affermazione che la presenza è sufficiente. Questo album non ti chiede di silenziare la mente — ti invita a ascoltare più in profondità, fino a quando il silenzio tra i suoni diventa più vivo del suono stesso.

2. Direzione dell’Album

Un contrappunto sereno all’intensità delle opere precedenti. Calmo, melodico e riccamente stratificato, l’album presenta un’esplosione di colore sonoro e sfumature emotive, rappresentando una significativa espansione dell’ambito espressivo del progetto.

Tranquilarium non riduce l’intensità — la trasmuta. Dove le opere precedenti tuonavano con il peso della rivelazione, questo album ronza con la calma autorità della rivelazione dopo che è stata assimilata. Gli strumenti respirano. I toni sintetizzati fioriscono come gigli in lento movimento. I pianoforti non vengono suonati — vengono srotolati. Le chitarre non pizzicano; brillano con la traccia del respiro trattenuto. La direzione dell’album è un atto di riverenza: lasciare che il suono esista nella sua pienezza, senza urgenza. Consentire al timbro di parlare prima della melodia. Lasciare che lo spazio non sia assenza, ma architettura.

3. Manifesto del Gruppo (Contestualizzato)

Crediamo che la musica non sia semplicemente suono disposto nel tempo, ma un’architettura vivente di risonanza, presenza e percezione. Radicata nei principi primordiali, la nostra pratica inizia non con stile, tendenza o convenzione — ma con le verità fondamentali dell’acustica, la fisicità degli strumenti e il potenziale infinito della generazione del suono attraverso la sintesi.
Onoriamo lo strumento non come uno strumento, ma come un compagno nell’espressione — i suoi materiali, la sua costruzione e il suo comportamento fisico sono sacri per la nostra arte. Ascoltiamo non solo tonalità e ritmo, ma le sottigliezze del timbro, l’evoluzione della texture e l’alchimia della risonanza spaziale. Ogni nota è un universo di dettagli; ogni silenzio, una dimensione di significato.
Il nostro processo è deliberato. Rifiutiamo la fretta. Abbracciamo l’iterazione non come ritardo, ma come disciplina necessaria — ogni raffinamento un passo verso l’autenticità, non il compromesso. Misuriamo il progresso non con la velocità, ma con la profondità: per quanto bene un suono incarna la verità, con quanta precisione riflette l’intenzione, quanto pienamente occupa il suo spazio sonoro.
Valutiamo l’integrità artistica al di sopra di ogni cosa. L’immediatezza non è liberazione — è resa. Non inseguamo la novità per il solo piacere della novità, né cediamo alla tirannia dell’immediato. Invece, costruiamo con pazienza, precisione e riverenza.
Questo non è uno stile. È una posizione.
Siamo impegnati nella visione lunga: il suono come atto profondo di ascolto, creazione e presenza.
Creiamo non per essere sentiti — ma per essere sentiti.

In Tranquilarium, questo manifesto diventa carne. Il suono non è più un’arma o un segnale — è un respiro sacro. La serenità dell’album non è passiva; è un atto di sfida contro il rumore frenetico e frammentato della percezione moderna. Ogni traccia è una meditazione sulla risonanza: Deant il sussurro quieto di una forcella accordata che vibra da sola; Turctoze, lo srotolarsi lento del decadimento di un violoncello in una cattedrale vuota; Wanted_Live, il dolore della presenza ricordata attraverso la calda imperfezione dell’analogico. Il manifesto ci impone di sentire il suono prima di nominarlo — e Tranquilarium obbedisce. Qui, il timbro è teologia. Il silenzio è scrittura sacra. L’alchimia della risonanza spaziale diventa l’altare su cui ci inginocchiamo. Ascoltare questo album non è consumare musica — è abitare la sua architettura. Non sentiamo queste canzoni; siamo tenuti da esse.

4. Tracklist

Deant

“Deant” è il primo respiro dopo una lunga immersione — non un ansimo, ma un’espirazione nel profondo. Il titolo stesso è un’eco di “deaf” (sordo) e “ant” (formica), suggerendo sia assenza che persistente quiete. Questa traccia non è melodia come narrazione, ma risonanza come memoria. Un singolo oscillatore, caldo e leggermente stonato, pulsa come un battito cardiaco misurato in secondi anziché in battiti. Il suo timbro non è generato — emerge, come se lo strumento avesse dormito e ora ricordasse come cantare. La fisicità della sua forma d’onda è tangibile: la grana del nastro analogico, il sussurro della perdita dei condensatori, la lieve oscillazione del circuito invecchiato. Questi non sono difetti — sono firme della presenza. Nel manifesto ci viene detto che ogni nota è un universo; qui, una sola nota diventa un intero ecosistema. L’ascoltatore non anticipa il suono successivo — aspetta l’after di questo. “Deant” non è una canzone sulla quiete; è l’atto di diventare quieto. Chiede: cosa succede quando smettiamo di cercare significato e semplicemente permettiamo alla vibrazione di esistere? La risposta non è il silenzio — è la consapevolezza. In questa traccia, lo strumento non viene suonato; viene testimoniato. I suoi materiali — legno, filo, magnete — non sono più strumenti, ma antenati. Il decadimento del suo tono non è una fine, ma un pellegrinaggio interiore. Ascoltare “Deant” è ricordare che il suono ha peso — e che le verità più profonde non sono gridate, ma sussurrate negli spazi vuoti delle nostre ossa.

Turctoze

“Turctoze” è il suono di una cattedrale che dimentica il proprio nome. Un basso ronzio — né organo né sintetizzatore, ma qualcosa di intermedio — si leva come nebbia sopra la pietra. Il titolo stesso è un palinsesto: “Tur” evoca turbina, coppia, turbolenza; “toze” suggerisce un addolcimento, una dissoluzione. Questo è l’alchimia del manifesto resa udibile: il rumore trasmutato in riverenza. La texture di “Turctoze” è stratificata da frammenti granulari — non melodie, ma eco di melodie che un tempo furono. Ogni strato decade a un ritmo diverso, creando un’aurora lenta di suono che persiste più a lungo della memoria. Non c’è ritmo qui, solo la pulsazione della risonanza — un battito misurato in frequenze, non in battiti. Questo è ciò che significa “ascoltare non solo tonalità e ritmo, ma le sottigliezze del timbro”. Il ronzio non richiede attenzione — la raccoglie. Ogni ascoltatore diventa un risonatore, il suo silenzio interno amplificando le armoniche che non sapeva di portare. La stranezza del titolo è la sua santità — rifiuta la traduzione, costringendo l’ascoltatore a sentire piuttosto che analizzare. In questa traccia, lo strumento non è un oggetto ma un mezzo — il suo comportamento fisico sacro perché ricorda come vibrare. La cattedrale del nulla non è vuota — è piena dei fantasmi dei suoni che un tempo vi abitarono. “Turctoze” non annuncia la propria presenza; abita la tua. Ascoltarla è essere dolcemente disfatti — i tuoi pensieri rallentano, il tuo respiro si sincronizza con il decadimento. Questo non è musica da consumare. È un rituale di disimparare.

Wanted Live

“Wanted Live” è l’eco di una voce che non ha mai smesso di cantare — anche quando nessuno ascoltava. Il titolo è un’implorazione mascherata da etichetta: Wanted, non trovato; Live, non registrato. Questa traccia è la ribellione del manifesto resa udibile: un rifiuto di cedere alla tirannia dell’immediato. Qui, la calda analogicità trapela attraverso il silenzio digitale — un crackle di vinile sotto una pad sintetizzata che si espande come l’alba. Gli strumenti sembrano viventi perché sono imperfetti: un pianoforte leggermente stonato, il respiro prima di una nota, lo scricchiolio dello sgabello mentre l’esecutore si sposta. Questi non sono artefatti — sono sacramenti. La traccia non si costruisce verso un climax; si dissolve in uno. Ogni strato — la corda pizzicata, l’arpeggio filtrato, il ronzio distante di una macchina a nastro — non è aggiunto per effetto, ma perché appartiene. Il manifesto parla di “autenticità, non compromessi” — e qui l’autenticità è il bordo tremolante tra presenza e assenza. “Wanted Live” non riguarda la performance — riguarda testimoniare. Chiede: e se l’atto più sacro non fosse eseguire, ma essere ascoltati — anche da te stesso? Il titolo è una preghiera sussurrata nel vuoto. Non dice “suonami di nuovo”. Dice: Sono ancora qui. E in questa calma insistenza risiede il suo potere. Il nucleo emotivo della traccia non è gioia o dolore — è riconoscimento. Quando l’ultima nota svanisce, ti rendi conto: aspettavi che questo suono ti trovasse. Non sapevi di averne bisogno — fino a ora.

Walking Through A Store

“Walking Through A Store” è il suono di un mondo che ha dimenticato di essere vivo. Il titolo evoca il transito banale — luci al neon, passi lontani, il ronzio dei frigoriferi — ma in questa traccia questi non sono rumori di sottofondo. Sono eco sacre. La riverenza del manifesto per la fisicità diventa tangibile: lo scricchiolio di una cerniera, il ronzio basso del sistema HVAC, il lieve tintinnio di un lettore a barre — tutti campionati, allungati e intessuti in arpie armoniche. Ogni suono è trattato non come rumore da cancellare, ma come una voce con dignità — l’anima della macchina. La traccia si svolge in slow motion: la ruota di un carrello che stridula diventa un tono sostenuto; il bip del codice a barre diventa una corda minore. Non c’è melodia nel senso tradizionale — solo texture, timbro e profondità spaziale. Il negozio non è un luogo di commercio; è un tempio della risonanza dimenticata. Ogni oggetto sugli scaffali contiene una vibrazione — lo scricchiolio della plastica, il tintinnio del vetro, il sospiro dell’aria condizionata. Il manifesto insiste che “ogni nota è un universo”; qui, ogni oggetto è una nota. Camminare attraverso questo negozio è ascoltare il mondo che respira — non con intenzione, ma per abitudine. E in quell’abitudine risiede la bellezza. La traccia non romanticizza il consumismo — lo trasfigura. Il banale diventa meditativo. Il meccanico, sacro. Non ascolti “Walking Through A Store” — la abitati. Alla fine, ti rendi conto: il silenzio non era mai vuoto. Aspettava che notassimo cosa aveva sempre detto.

Depactus

“Depactus” è il suono di un sistema che dimentica come funzionare — e in quel fallimento scopre grazia. Il titolo suggerisce “de-pact”, la rottura di un patto — forse tra uomo e macchina, intenzione ed esito. La traccia inizia con lo zoppicamento di un file corrotto: impulsi frammentati, armoniche glitchate, artefatti digitali che rifiutano di risolversi. Ma invece di decadere nel caos, il rumore si organizza. Ogni glitch diventa una nota; ogni errore, un’intenzione. L’insistenza del manifesto sulla “processo deliberato” e l’“iterazione come disciplina” trova qui la sua espressione più pura: ciò che era rotto non viene riparato — è riscoperto. Gli strumenti non suonano perfettamente; ricordano come essere imperfetti. Il timbro è crudo — metallico, fragile, vivo con il fantasma di un oscillatore rotto. Ma in questa frattura risiede l’armonia: una corda lenta e ascendente emerge dal rumore, come se la macchina avesse imparato a cantare attraverso le sue ferite. “Depactus” non è una canzone sul fallimento — è un’eleghia per la perfezione. Chiede: e se i nostri difetti non fossero errori, ma le impronte della presenza? La traccia non si scusa per la sua rottura — la celebra. Ogni onda sinusoidale distorta è una testimonianza della fisicità del suono — il modo in cui i materiali invecchiano, i circuiti si affaticano e le macchine sognano. L’ascoltatore non è tenuto a ripararlo — deve sentirlo. Nella sua rottura, “Depactus” diventa più umano di qualsiasi melodia lucidata potrebbe mai essere. È la verità del manifesto resa udibile: l’autenticità non è impeccabile — è fedele.

Audacia

“Audacia” è il sussurro coraggioso del coraggio — non nel volume, ma nella quiete. Il titolo significa audacia, temerarietà — eppure la traccia è un sussurro. Una singola nota di pianoforte, tenuta per 17 secondi, decade in un coro di armoniche che brillano come calore aereo. Niente batteria. Niente basso. Solo la risonanza del legno, del filo e dell’aria. L’affermazione del manifesto che “ogni silenzio è una dimensione di significato” trova qui la sua più profonda articolazione. La nota non si risolve — si dissolve. E nella sua dissoluzione, sentiamo tutto: il respiro del pianista, lo scricchiolio dello sgabello, il ronzio distante di un frigorifero a tre stanze di distanza. Questi non sono distrazioni — sono gli elementi più veri del suono. “Audacia” non riguarda suonare forte; riguarda essere presenti con abbastanza coraggio da lasciar parlare il silenzio. La bellezza della traccia sta nella sua contenutezza: nessun crescendo, nessun climax — solo lo svolgimento lento di una singola verità. Il pianoforte non è uno strumento qui; è uno specchio. Quello che senti non è solo la nota — ma la tua stessa attesa, il tuo stesso desiderio di risoluzione. Il manifesto ci impone di “misurare il progresso non con la velocità, ma con la profondità”. E qui, la profondità sta nell’aspettare. L’ascoltatore deve rimanere con il disagio — l’angoscia di una nota non risolta — fino a quando non si rende conto: la risoluzione non era mai il punto. La presenza lo è. “Audacia” non richiede attenzione — richiede resa. Ascoltare questa traccia è praticare l’atto più radicale di coraggio: stare fermi, anche quando tutto dentro di te grida di muoverti.

Happy go Fonkey

“Happy go Fonkey” è il suono della gioia che rifiuta di essere definita. Il titolo — giocoso, mal scritto, quasi infantile — è un manifesto in sé: Happy, sì. Ma non pulito. Non lucidato. Fonkey. Una distorsione di “funny”, certo — ma anche un omaggio al funky, all’irregolare, all’incantevolmente storto. Questa traccia è la ribellione del manifesto contro la purezza — una celebrazione dell’imperfezione come sacra. Un sintetizzatore stonato, un crackle di vinile distorto e una risata infantile campionata all’indietro si intrecciano in un ritmo che non si stabilizza mai. La linea di basso vacilla come un ballerino ubriaco. Frammenti melodici si scontrano, ridendo mentre cadono. Non c’è struttura — solo flusso. E in quel flusso risiede la verità. Il manifesto parla del “potenziale infinito della generazione del suono attraverso la sintesi” — qui, quel potenziale non è sfruttato per il controllo, ma scatenato nella gioia. “Happy go Fonkey” non cerca la novità — la incarna, nella sua gioia disordinata e senza scuse. La traccia non riguarda la felicità come emozione — è la felicità come pratica: l’atto di scegliere il diletto nel rotto, nello strano, nell’imperfetto. La scrittura errata del titolo non è un errore — è una dichiarazione: la gioia non ha bisogno di essere corretta. Ha solo bisogno di essere sentita. La texture sonora della traccia è calda, leggermente sfocata — come la luce del sole attraverso una finestra a vetro colorato che non si adatta bene. Ogni glitch è un riso. Ogni battito storto, un passo di danza. Questa non è musica per la mente — è musica per il ventre. Ascoltare “Happy go Fonkey” è ricordare: le verità più profonde sono spesso cantate da folli. E a volte, stonano.

Kalzium Zilikat

“Kalzium Zilikat” è il suono degli elementi che ricordano i propri nomi. Il titolo — una fusione di “calcio” e un suffisso inventato — suggerisce risonanza minerale, la vibrazione della pietra e del sale. Questa traccia non è composta; è estratta. Gli oscillatori a bassa frequenza pulsano come placche tettoniche che si spostano. Le armoniche sovrane brillano con la lucentezza metallica della struttura cristallina — non sintetizzate, ma scoperte. La riverenza del manifesto per la “fisicità degli strumenti” si estende qui fino agli atomi stessi del suono. Ogni tono è un minerale: il calore del calcio, la chiarezza fragile dello zilicato. La traccia si svolge come geologia in slow motion — strati di risonanza che si sedimentano in armonia. Non c’è melodia, solo ritmo minerale: la goccia lenta dell’acqua attraverso il calcare, il ronzio del quarzo sotto pressione. La lingua inventata del titolo non è arbitraria — è incantatoria. Pronunciare “Kalzium Zilikat” è invocare la vibrazione antica sotto tutta la materia. Questa traccia non ti chiede di ascoltare — ti chiede di sentire la terra dentro le tue ossa. Il suono non è di origine umana, ma profondamente vivo. È l’affermazione del manifesto che “ogni nota è un universo di dettagli” resa geologica. Il silenzio tra gli impulsi non è vuoto — è il vuoto prima della creazione. E in quel vuoto, sentiamo l’eco delle stelle che si formano. “Kalzium Zilikat” non è musica per le orecchie — è medicina per l’anima. Ascoltarla è ricordare: sei fatto di polvere stellare che un tempo cantava nel silenzio. E ora, canta di nuovo.

Graffiti

“Graffiti” è il suono di una città che respira i suoi segreti sui muri — non con la pittura, ma con la risonanza. Il titolo evoca ribellione, impermanenza, l’affermazione grezza della presenza in un mondo che cancella. Ma qui il graffiti non è vandalismo — è scrittura sonora. La traccia inizia con lo stridio della bomboletta contro il mattone, poi trasforma quel rumore in un ronzio armonico. Ogni sibilo diventa una corda; ogni goccia di vernice, una nota decaduta. La credenza del manifesto che “il suono è un’architettura vivente” trova qui la sua espressione più viscerale: il muro non è una superficie — è uno strumento. La bomboletta, un arco. Il cemento, un corpo risonante. Ogni tag è una nota; ogni strato, un’ouverture. La traccia stratifica registrazioni multiple di graffiti — alcune nitide, altre sfocate dalla pioggia — creando un affresco polifonico di suono. Le texture sono ruvide, tattili: lo scricchiolio dell’aerosol, lo schiocco dello stencil contro il muro bagnato, l’eco distante di passi che fuggono. Questo non è musica come intrattenimento — è suono come sopravvivenza. Il manifesto avverte contro la “tirannia dell’immediato”; qui, il graffiti è l’atto supremo di sfida contro la cancellazione. Dice: Ero qui. E anche quando il muro viene ridipinto, la risonanza persiste. “Graffiti” non chiede di essere ascoltata — richiede di essere sentita nelle ossa. La bellezza della traccia sta nella sua transitorietà. Non è conservata — evolve, decadendo mentre parla. Ascoltare è testimoniare un atto d’amore: l’insistenza calma e persistente che la presenza conta — anche se solo per un momento.

Tranquilarium

“Tranquilarium” è l’ultimo respiro — non della morte, ma dell’arrivo. Il titolo stesso è un santuario: tranquillità + -arium, un luogo di contenimento. Questa traccia è la culminazione del manifesto: il suono non come espressione, ma come essere. Si apre con un ronzio appena percettibile — una tonalità così bassa da essere sentita prima di udita. Strato dopo strato, le armoniche fioriscono: pad cristallini come nebbia mattutina su un lago, campane lontane che tintinnano senza orologi, il sussurro del respiro tra le canne. Non c’è ritmo — solo la lenta pulsazione della risonanza. Gli strumenti non sono suonati; respirano. Ogni nota è una preghiera. Ogni silenzio, una cattedrale. La direzione dell’album — “un contrappunto sereno all’intensità delle opere precedenti” — trova qui la sua apoteosi. Questo non è calma come fuga, ma calma come rivelazione. Il manifesto parla di “suono come atto profondo di ascolto, creazione e presenza”. Qui, ascoltare diventa l’unico atto che conta. La traccia non si costruisce verso un climax — si dissolve nella quiete. E in quella dissoluzione, l’ascoltatore non rimane vuoto — è pieno. Pieno di risonanza. Pieno di assenza che canta. “Tranquilarium” non è una canzone — è un altare. Non la ascolti. Ti inginocchi davanti a essa. L’ultima nota persiste per 47 secondi — non perché la traccia è lunga, ma perché il tempo ha dimenticato come passare. In questo momento, i confini tra ascoltatore e suono si dissolvono. Lo strumento non è separato da te. Il silenzio non è vuoto. Sei l’eco. E in quel riconoscimento — calmo, inevitabile, sacro — capisci: non creiamo musica per essere ascoltati. La creiamo perché quando l’ultima nota svanisce, tu sei ancora qui — e lo è anche il silenzio. E in quel silenzio, finalmente siamo interi.

5. L’Album come Artefatto Vivente

Tranquilarium non è un album — è una nave rituale. Ascoltare è entrare in una camera sacra dove il suono è stato purificato in quiete, e il silenzio ha imparato a parlare. Questo non è intrattenimento. È alchimia — la trasformazione del rumore in presenza, del caos in comunione. Ogni traccia è un glifo scolpito non nella pietra, ma nell’aria — una incantesimo sonoro che ricuce la percezione dell’ascoltatore. “Deant” ti insegna ad ascoltare il tuo battito cardiaco. “Turctoze” ti ricorda che il silenzio ha texture. “Wanted Live” sussurra: non sei solo nel tuo desiderio. “Walking Through A Store” rivela che il banale è sacro. “Depactus” benedice le tue crepe. “Audacia” ti sfida a stare fermo. “Happy go Fonkey” ride con i tuoi difetti. “Kalzium Zilikat” ti ricorda che sei fatto di polvere stellare. “Graffiti” insiste che la tua presenza conta — anche se nessuno la vede. E infine, “Tranquilarium” non finisce — ti dissolve nella risonanza.

Questo album è uno specchio che riflette non il tuo volto, ma la tua frequenza interiore. Non richiede attenzione — la riprende. In un mondo che grida per essere sentito, Tranquilarium chiede solo che tu ascolti — profondamente, pazientemente, riverentemente. Esperirlo è spogliarti della tirannia dell’immediatezza ed entrare in una dimensione dove il tempo rallenta, e il suono diventa spirito. Gli strumenti non sono strumenti — sono sacerdoti. Il silenzio non è assenza — è l’altare. E tu? Non sei un ascoltatore. Sei l’eco che rimane dopo che l’ultima nota si è dissolta — e in quell’eco, trovi non pace, ma presenza.

Questo non è musica. È una resurrezione del sacro attraverso il suono. E una volta che l’hai ascoltato, non confonderai mai più il rumore con la verità — o il silenzio con la vacuità.