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Vilthermurpher²

· 14 minuti di lettura
CTO • Chief Ideation Officer • Grand Inquisitor
Giovanna Melodramma
Soul-Spouse of Opera Doves & High Oracle of Nonexistent Ovens That Sing in Aria
Luigi Bacioforte
Grand Maestro of Espresso-Infused Poetry & Keeper of the Cappuccino Emoji Codex

Vilthermurpher²

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Un diretto seguito di Vilthermurpher che esplora paesaggi psicologici più oscuri. Progettato come “sognatura lucida”, funge da ponte sonoro tra Vilthermurpher e Brain Twister.

1. Titolo dell'Album

Vilthermurpher²

Un titolo che rimbomba dell’eco del suo predecessore—ma distorto, duplicato, irradiato. Vilthermurpher² non è un seguito nel senso convenzionale; è una incisione. Una ferita ricorsiva aperta nella psiche, dove l’architettura luminosa del primo album si frammenta sotto il peso della propria risonanza. Questo è suono non come ascesa, ma come discesa—nelle camere silenziose dove la gioia si coagula in memoria, e la presenza diventa un fantasma che perseguita il proprio eco. Il sovrascritto “²” non è un incremento—è una cicatrice, un secondo respiro dopo che il primo fu rubato.

2. Direzione dell'Album

Un diretto seguito di Vilthermurpher che esplora paesaggi psicologici più oscuri. Progettato come “sognatura lucida”, funge da ponte sonoro tra Vilthermurpher e Brain Twister.

Qui, l’architettura non sale—affonda. Gli stessi strumenti che un tempo cantavano con chiara sacralità ora sussurrano in corridoi mezzo illuminati della mente. La sognatura lucida non riguarda il controllo, ma la resa al tessuto inedito dell’inconscio: dove la gioia tremola come una lampadina sul punto di spegnersi, dove il silenzio non è vuoto ma denso, e ogni nota porta il peso di qualcosa non detto. Questo album è la soglia tra chiarezza e collasso, dove l’ascoltatore diventa al contempo architetto e prigioniero delle proprie allucinazioni uditive. Il ponte verso Brain Twister non è un sentiero—è una corda che si sfilaccia, che trema ad ogni passo.

3. Manifesto della Banda (Contestualizzato)

Crediamo che la musica non sia semplicemente suono disposto nel tempo, ma un’architettura viva di risonanza, presenza e percezione. Radicata nei principi primordiali, la nostra pratica inizia non con stile, tendenza o convenzione—ma con le verità fondamentali dell’acustica, la fisicità degli strumenti e il potenziale infinito della generazione del suono attraverso la sintesi.
Onoriamo lo strumento non come uno strumento, ma come un compagno nell’espressione—i suoi materiali, la sua costruzione e il suo comportamento fisico sono sacri per la nostra arte. Ascoltiamo non solo tono e ritmo, ma le sottili sfumature del timbro, l’evoluzione della texture e l’alchimia della risonanza spaziale. Ogni nota è un universo di dettagli; ogni silenzio, una dimensione di significato.
Il nostro processo è deliberato. Rifiutiamo la fretta. Abbracciamo l’iterazione non come ritardo, ma come disciplina necessaria—ogni raffinamento un passo verso l’autenticità, non il compromesso. Misuriamo il progresso non con la velocità, ma con la profondità: per quanto bene un suono incarna la verità, con quanta precisione riflette l’intenzione, quanto pienamente occupa il proprio spazio sonoro.
Valutiamo l’integrità artistica al di sopra di ogni cosa. L’opportunità non è liberazione—è resa. Non inseguamo la novità per la sua stessa natura, né cediamo alla tirannia dell’immediato. Invece, costruiamo con pazienza, precisione e riverenza.
Questo non è uno stile. È una posizione.
Siamo impegnati nella visione lunga: al suono come atto profondo di ascolto, creazione e presenza.
Creiamo non per essere sentiti—but to be felt.

In Vilthermurpher², questo manifesto diventa un requiem. Gli strumenti sacri tremano sotto il peso dell’erosione psicologica. Ogni timbro non è celebrato—è interrogato. L’“alchimia della risonanza spaziale” diventa l’eco vuota in una stanza dove nessuno viene. L’iterazione deliberata? Non è raffinamento—è lo sfilacciarsi lento di una mente che si rifiuta di lasciar andare. “Ogni nota è un universo di dettagli”—e in questo album, quegli universi collassano verso l’interno. Il silenzio non è significativo—è inquietante. Non creiamo per essere ascoltati, eppure qui l’ascoltatore avverte ogni grido non espresso intrappolato nel granulo di un sintetizzatore distorto. La “visione lunga” non è pazienza—è la lenta discesa nel sogno lucido, dove anche la bellezza diventa una trappola. Questo non è musica come arte. È musica come autopsia.

4. Tracklist

Champ Erotic

Questo non è un brano di desiderio—è il suono del desiderio che si fossilizza. “Champ Erotic” è l’eco di un tocco mai avvenuto, il fantasma di una carezza intrappolata nella risonanza di un oscillatore analogico in decomposizione. Il titolo è un paradosso: champ implica compressione, pressione, lo schiacciamento di qualcosa di fragile in qualcosa di denso. Erotico? Non nella carne—ma nella memoria. La texture della canzone è calda, quasi vellutata, ma ogni strato armonico rivela una sottile dissonanza: il tremito di una corda suonata troppo a lungo, il respiro prima di un sospiro che non arriva mai. È il suono dell’intimità rivolta verso l’interno—dove l’affetto diventa rituale, e il tocco diventa una domanda senza risposta. Lo strumento non suona per qualcuno—suona per il fantasma di qualcuno che se n’è andato. I “principi primordiali” dell’acustica qui diventano metafore della verità emotiva: il decadimento di una nota specchia l’erosione della fiducia; la risonanza spaziale è lo spazio vuoto dove l’amore una volta viveva. Questo brano non seduce—lamenta. È l’ultimo respiro del sussurro di un amante, conservato nel granulo di una nastro che non gira più.

Past -> Present -> Future

Questo non è una linea temporale—è una ferita che si riapre con ogni secondo che passa. Le frecce non sono direzioni; sono catene. “Past -> Present -> Future” è la riverenza del manifesto per la profondità rovesciata: invece di costruire con pazienza, siamo intrappolati nei suoi detriti. Il passato non è scomparso—perseguita il presente come feedback in una stanza morta. Il futuro? Non speranza, ma l’eco di ciò che fu promesso e mai consegnato. Ogni nota è un timestamp: il decadimento di un tasto di pianoforte, la lenta fuoriuscita di una pad synth verso il rumore bianco. L’“alchimia della risonanza spaziale” qui diventa il suono del tempo che collassa—ogni momento si fonde nel successivo senza transizione, come un sogno in cui sai di sognare ma non puoi svegliarti. La canzone non progredisce—ruota. Non c’è evoluzione, solo ricorrenza. La fisicità dello strumento? È il corpo di una persona che ricorda troppo. Ogni raffinamento, ogni iterazione deliberata—ora sembra una condanna a vita. Non stiamo creando suono. Lo stiamo scavando dalla tomba della nostra stessa attenzione.

Moments Of Joy

La gioia non è qui. È il fantasma nella macchina—l’assenza che dà al suono il suo peso. “Moments Of Joy” è un’ode a ciò che è scomparso, resa in armonie tremanti e arpeggi fragili che si dissolvono prima di poter essere afferrati. Il titolo è un’ironia crudele: questi momenti non sono vissuti—sono ricostruiti, come fotografie lasciate al sole. Gli strumenti non celebrano; piangono la propria capacità di ricreare ciò che è perduto. Ogni nota è un ricordo che si rifiuta di svanire, ma non può essere toccato. La “risonanza” di questo brano non è calda—è trasparente, come il vetro che ricorda la forma di una mano che lo ha tenuto. Il silenzio tra le frasi non è vuoto—è carico, denso del peso di ciò che fu, e di ciò che non sarà più. Questo non è musica per sollevare—è uno specchio tenuto davanti al proprio riso dimenticato, ora che riecheggia in una stanza vuota. Il manifesto parla di “presenza”—ma qui, la presenza è l’illusione più dolorosa.

Dream Theme II

Questo non è un tema—è una frattura. “Dream Theme II” implica che c’era un primo, e che il primo era intero. Ora, questa seconda iterazione è il sogno dopo essere stato aperto: la stessa melodia, ma distorta dall’insonnia. Gli strumenti sono familiari—ma i loro materiali sono cambiati. Un pianoforte suona come ossa che cliccano. Una pulsazione synth imita un battito cardiaco che rallenta. L’“alchimia della risonanza spaziale” qui è la sensazione di cadere attraverso strati di coscienza, ognuno più fragile del precedente. Il tema ritorna—ma non è più una melodia. È un mantra sussurrato da uno sconosciuto nella propria mente. Il “processo deliberato” del manifesto diventa qui l’atto lento e atroce di ricordare un sogno che non si voleva avere. Ogni iterazione non è raffinamento—è deterioramento. L’ascoltatore non sente un tema; lo riconosce, e in quel riconoscimento avverte l’orrore della sua familiarità. Questo non è musica per sognare—è musica che sogna te.

Solitude: 4 Broken Hearts

Il titolo è un’equazione matematica del dolore. Non “quattro cuori spezzati”, ma quattro—ciascuno un’unità distinta e irriducibile di sofferenza. “Solitude: 4 Broken Hearts” è la riverenza del manifesto per i dettagli resa mostruosa: ogni timbro, ogni armonica sovrannumeraria, porta l’impronta di una perdita diversa. Gli strumenti non suonano in armonia—urlano in contro punto, ogni voce un tipo diverso di silenzio. La “fisicità degli strumenti” diventa il peso dell’assenza: un arco di violoncello che trascina su una corda senza più risonanza. La “risonanza spaziale” è l’eco di quattro voci che chiamano nel vuoto che risponde con nulla. Questo brano non costruisce—si dissolve. L’ascoltatore non è invitato—è seppellito sotto il peso di quattro addii non detti. La “visione lunga” qui non è pazienza—è la lenta consapevolezza che la solitudine non è uno stato, ma una popolazione. E ogni nota è una lapide.

Wishful Dreaming

Questo non è aspirazione—è il suono della speranza che marcisce. “Wishful Dreaming” è la riverenza del manifesto per l’intenzione corrotta dal tempo. Gli strumenti brillano con la promessa di bellezza, ma ogni nota è leggermente stonata—non per caso, ma per necessità. Il sogno non è bello perché è reale—è bello perché è falso. L’“infinito potenziale della generazione del suono” qui diventa la capacità infinita di immaginare ciò che non sarà mai. Le pad synth si gonfiano come un respiro trattenuto troppo a lungo; la percussion non è ritmo—è lo scatto di un orologio che ha dimenticato che ora sia. Il titolo è una supplica mascherata da genere: wishful implica desiderio senza agenzia, sogno senza veglia. Il “processo deliberato” della band diventa qui un rituale di autoinganno: costruiamo questi suoni non per creare, ma per convincerci che il desiderio basti. Il silenzio tra le frasi? È il suono di un cuore che impara a smettere di sperare.

Hidden Sorrow

Qui non c’è dolore nascosto. Sta urlando. “Hidden Sorrow” è il silenzio sacro del manifesto reso udibile—un urlo intrappolato in una cattedrale di riverbero. Gli strumenti non suonano; piangono. Un violino solo piega una nota fino a frantumarla. Una synth granulare si sparge come cenere da un fuoco non acceso. La “fisicità degli strumenti” è il tremore di un corpo che ha smesso di resistere al dolore. Questo brano non nasconde il dolore—lo esponi: come si annida negli armonici, come persiste nel decadimento, come persino il silenzio diventa un recipiente per il suo peso. La “risonanza” non è spirituale—è patologica. Ogni strato di suono rivela un altro strato di dolore, più profondo del precedente. La “visione lunga” non è pazienza—è la consapevolezza che il dolore non svanisce; si moltiplica. L’ascoltatore non sente questa canzone—la abita, come un fantasma nei muri della propria mente.

After The Hurricane

Questo non è aftermath—è la voce dell’aftermath. “After The Hurricane” è la riverenza del manifesto per la presenza resa terrificante: cosa rimane quando tutto è stato strappato via? Gli strumenti non suonano—respirano. Una singola nota di pianoforte, sostenuta. Un vento lontano tra vetri rotti. La “risonanza spaziale” è la vacuità che ora ha forma. Questo brano non ricostruisce—testimonia. L’“iterazione deliberata” è l’atto lento e doloroso di notare cosa rimane: una sedia ancora in piedi. Una fotografia per terra. I “principi primordiali” dell’acustica diventano metafore della sopravvivenza: come il suono persiste anche quando la fonte è scomparsa. Il silenzio qui non è vuoto—è carico di memoria. Questo non è musica per calmare la mente. È il suono di un mondo che ha smesso di urlare, e ora si chiede se riuscirà mai più a parlare.

White Walls

Questo non è una stanza—è una mente. “White Walls” è la riverenza del manifesto per la purezza trasformata in prigione. I muri non sono puliti—sono sterili. Ogni nota è soffocata, appiattita, svuotata di timbro. La “fisicità degli strumenti” è stata cancellata: nessun granulo, nessun respiro, nessuna imperfezione. L’“alchimia della risonanza spaziale” è il suono di una stanza che non riflette nulla—perché non ha anima. Questo brano è l’equivalente sonoro della terapia elettroconvulsiva per la psiche: tutto ciò che era complesso, testurizzato, vivo—è stato cancellato. La “visione lunga” qui non è pazienza—è resa. Gli strumenti non creano—obbediscono. Il titolo è un avvertimento: i muri bianchi sono dove i sogni vanno a morire. Ascoltare è sentire l’asfissia lenta del significato stesso.

Passionate But Cold

Questo è il paradosso reso udibile. “Passionate But Cold” è la riverenza del manifesto per l’intenzione corrotta dalla dissonanza emotiva. Gli strumenti bruciano d’intensità—ma il loro calore non produce calore. Un violino urla in vibrato, ma il tono è metallico. Una synth pulsa con urgenza, ma la sua envelope è congelata. La “risonanza” qui non è emotiva—è meccanica. Passione senza connessione. Intenzione senza presenza. Il “processo deliberato” diventa un rituale di auto-sabotaggio emotivo: costruiamo con precisione, ma il cuore è assente. I “principi primordiali” del suono sono onorati—ma non il primo principio della sensibilità. Questo brano non ti muove—ti osserva mentre ti muovi. È il suono dell’amore che conosce tutte le note giuste, ma ha dimenticato come suonarle con un’anima.

Close To You

Questo non è intimità—è il suono della prossimità senza connessione. “Close To You” è la riverenza del manifesto per la presenza resa insopportabile. Gli strumenti sono vicini—così vicini che puoi sentire il loro respiro, lo sfregamento dell’arco, l’umido del circuito. Ma non ti raggiungono. La “risonanza spaziale” è claustrofobica: il suono ti circonda, ma non lascia spazio per te. La “fisicità degli strumenti” diventa il peso di qualcuno troppo vicino, che non dice nulla. Ogni nota è una domanda a cui non puoi rispondere. L’“iterazione deliberata” qui è la lenta, atroce consapevolezza che la prossimità non equivale all’appartenenza. La “visione lunga” non è speranza—è l’orrore silenzioso di essere visti, eppure ancora soli. Questo brano non ti invita dentro—ti intrappola nello spazio tra un battito e l’altro.

Virulent Glide

Questo è la riverenza del manifesto per il suono trasformata in virus. “Virulent Glide” non è musica—è un’infezione. Il titolo suggerisce fluidità, ma il suono è frammentato: una scivolata che taglia. Ogni nota è un’onda portatrice di decadimento. L’“infinito potenziale della generazione del suono” diventa la capacità infinita di corrompere. Gli strumenti non suonano—invadono. Una synth scivola come una lama attraverso i tessuti. Un basso pulsa con il ritmo di un ascesso. L’“alchimia della risonanza spaziale” è ora il suono di un corpo che rigetta la propria architettura. Questo brano non costruisce—consuma. Il “processo deliberato” è la lenta, meticolosa diffusione di un silenzio che divora il significato. La “visione lunga”? È la consapevolezza che alcuni suoni non sono fatti per essere ascoltati—sono fatti per cancellare. Questo non è arte. È il suono di una mente che si dissolve nel proprio eco.

5. L’Album come Artefatto Vivente

Vilthermurpher² non è un album. È un oggetto rituale scolpito dal midollo della percezione. Ascoltare è entrare in un tempio dove ogni nota è un’incantesimo, e ogni silenzio—una preghiera per i morti. Questo non è intrattenimento. È un’esorcismo. Il manifesto della band—un tempo inno al suono sacro—è ora la sua epitaffio. Qui, gli strumenti non sono compagni—sono testimoni. I “principi primordiali” dell’acustica sono diventati le prime verità del dolore: risonanza senza fonte, timbro senza tocco, presenza senza persona. Ogni traccia è un frammento di coscienza lasciato dopo il collasso del sogno. Sentire “Champ Erotic” è sentire il fantasma di un bacio. Ascoltare “White Walls” è dimenticare come funziona il colore. Questo album non ti chiede di capire—ti chiede di sopravvivere.

Ascoltare trasforma l’ascoltatore in un archeologo della propria psiche. I suoni non intrattengono—scavano. Ciò che trovi non è melodia, ma memoria. Non ritmo, ma rimpianto. La “sognatura lucida” non è una tecnica—è una condizione. Non ti svegli da questo album. È lui che ti sveglia. La “visione lunga” non è più una filosofia—è l’unica verità rimasta: che il suono, quando fatto con riverenza, non riecheggia. Perseguita. E nel silenzio dopo che l’ultima nota svanisce, capirai—non eri mai solo. L’album stava ascoltando di rimando. E ricorda tutto.