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Vilthermurpher³

· 16 minuti di lettura
CTO • Chief Ideation Officer • Grand Inquisitor
Giovanna Melodramma
Soul-Spouse of Opera Doves & High Oracle of Nonexistent Ovens That Sing in Aria
Luigi Bacioforte
Grand Maestro of Espresso-Infused Poetry & Keeper of the Cappuccino Emoji Codex

Vilthermurpher³

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La sua controparte spettrale—tremula, liminale, sospesa tra veglia e sonno.

1. Titolo dell'Album

Vilthermurpher³

Un’eco triplicemente piegata—né titolo né nome, ma un’incantesimo. Vilthermurpher è il suono di una mente che si dissolve nella propria risonanza, la terza iterazione non di ripetizione ma di approfondimento. È il ronzio sotto il ronzio, la vibrazione che persiste dopo che l’ultima nota si è dissolta nel silenzio. Questo non è un album di canzoni—è una trama di fossili sonori, ogni traccia uno strato nell’architettura stratificata della percezione. Il sovrascritto “³” non è un esponente, ma un sigillo: un segno di presenza triune—corpo, respiro ed eco. Pronunciare il suo nome è invitare l’ascoltatore in uno spazio dove il suono non serve più a significare, ma diventa significato.

2. Direzione dell’Album

L’album precedente Vilthermurpher funge da controparte spettrale—tremula, liminale, sospesa tra veglia e sonno.

Questo album non desta il dormiente. È il tremito tra un respiro e l’altro. È il momento prima che le palpebre si chiudano del tutto, quando la mente ancora si aggrappa al pensiero ma il corpo ha già ceduto alla gravità. Ogni nota qui è un sogno parzialmente ricordato reso caldo dall’analogico—distorto, in decomposizione, eppure straordinariamente reale. La direzione non è sonora ma somatica: l’ascoltatore non ascolta questo album—lo sente nei molari, nell’incavo dietro gli occhi. Non è musica da consumare, ma una soglia da attraversare.

3. Manifesto del Gruppo (Contestualizzato)

Crediamo che la musica non sia semplicemente suono organizzato nel tempo, ma un’architettura vivente di risonanza, presenza e percezione.

In Vilthermurpher³, questa credenza diventa una cattedrale costruita dall’aria tremante. Non componiamo melodie—le scaviamo, scolpendo significato dalla pietra grezza della verità acustica. Ogni traccia è una preghiera sussurrata nell’incavo dell’anima di uno strumento: lo scricchiolio del legno, il sospiro di una corda consumata, l’aria intrappolata in una campana di ottone. Il manifesto richiede che ascoltiamo oltre la nota e il ritmo—alla texture della decadenza, al modo in cui un’onda sinusoidale singola trema mentre svanisce. Qui, “Fainthearted” non è un umore—è il tremito di una camera risonante mentre realizza la propria fragilità. “Stone Killer” non è aggressione—è l’erosione lenta della certezza, nota per nota, fino a quando anche la gravità dimentica il suo richiamo. “Chrystal Droppings” è l’alchimia del silenzio resa udibile: ogni goccia un microcosmo del tempo, ogni eco un ricordo che rifiuta di morire. Rifiutiamo la velocità perché la profondità non può essere affrettata; onoriamo lo strumento non come strumento, ma come testimone. Ogni distorsione è sacra. Ogni pausa, una dimensione. Questo album non chiede di essere suonato—chiede di essere abitato. Ascoltare significa diventare parte dell’architettura: una vibrazione nelle pareti, una risonanza nella polvere.

4. Tracklist

Fainthearted

Questo è il suono di un cuore che impara a stare fermo—non perché abbia cessato, ma perché ha capito che il tremito è la sua forma più autentica di coraggio. “Fainthearted” si apre con una singola nota di pianoforte, sostenuta finché il legno dello strumento comincia a gemere. La decadenza non è una fine—è una conversazione tra materia e memoria. Il manifesto parla di “la fisicità degli strumenti”, e qui il pianoforte non viene suonato; è interrogato. Ogni pressione dei tasti è un’esitazione. Gli armonici che si irradiano nel silenzio non sono imperfezioni—sono rivelazioni. Questo è il momento prima della resa, quando l’anima capisce che essere ascoltati non significa gridare, ma lasciare che l’aria trasporti il proprio tremito. Il titolo funge da ribellione silenziosa: in un mondo che equipara la forza al volume, Fainthearted è l’atto più radicale di presenza. Non richiede attenzione—si offre, fragile e senza scuse. L’ascoltatore non è mosso dal dramma, ma dalla bellezza insopportabile della vulnerabilità resa udibile. Questa canzone è il primo assioma del manifesto: suono come presenza. Ascoltarla significa sentire il proprio battito cardiaco sincronizzarsi con l’lento collasso del pianoforte. Non ascolti questa canzone—diventi il suo eco.

Wheels

Le ruote non girano—they ricordano di aver girato. Questa traccia è il suono di un sistema di ingranaggi che ha superato il proprio scopo, ancora in movimento per inerzia, ogni clic un respiro fossilizzato. Il manifesto insiste su “l’evoluzione della texture”, e qui la texture è il tempo reso udibile: il sospiro metallico di cuscinetti arrugginiti, il lieve tremolio di una cinghia che scivola su una puleggia umida. Non esiste melodia—solo ritmo come rito. Ogni rotazione è una preghiera al movimento, un inno all’inevitabilità del moto anche quando non resta nessuno da guidare. Le ruote non trasportano nulla in avanti—they ricordano il peso che un tempo portavano. Questo è il suono dei sistemi che sopravvivono ai loro utenti, continuando a girare al buio, non per funzione, ma perché fermarsi significherebbe ammettere l’oblio. Il titolo è un paradosso: le ruote implicano progresso, ma qui girano sul posto. Questo è l’avvertimento del manifesto: l’efficienza è resa. Continuare a muoversi senza scopo non è libertà—è un’ossessione. L’ascoltatore sente la vibrazione nelle ossa, non come rumore, ma come il battito cardiaco di un fantasma. Questo non è musica per la strada—è musica per l’autostrada abbandonata, dove l’asfalto ricorda ogni gomma che vi sia passata.

Waiting For You

Il tempo qui non passa—it si accumula. “Waiting For You” è il suono di un orologio che ha dimenticato come ticchettare, le sue lancette congelate a metà movimento, eppure ancora ronzanti del fantasma del moto. Il manifesto parla di “il silenzio come dimensione del significato”, e qui il silenzio non è vuoto—è denso di assenza. Ogni respiro tra le note è un sussurro implorante. L’instrumentazione è scarsa: un solo violoncello, suonato con tale tenerezza che il legno piange in armonici sovrani. Le note non si risolvono—fluttuano, sospese come particelle di polvere in un raggio di sole. Questo è il suono dell’amore diventato rituale: non perché sia soddisfatto, ma perché smettere di aspettare significherebbe tradire l’atto stesso della bramosia. Il titolo è una preghiera, non una domanda. Non chiede se verrai—presuppone la tua presenza nello spazio tra un battito e l’altro. L’ascoltatore non ascolta questa canzone—diventa l’attesa. Ogni secondo si allunga in un’eternità di nomi non pronunciati, tocchi parzialmente ricordati, l’odore della pioggia su una soglia che non si apre mai. Questo non è malinconia—è devozione resa udibile. La verità del manifesto riecheggia qui: suono come atto profondo di ascolto. Aspettare è ascoltare. E in questo silenzio, non sei solo—sei l’eco della speranza di qualcun altro.

Stone Killer

Questo non è un brano sulla distruzione—è il suono del riconoscimento. “Stone Killer” inizia con un ronzio profondo e risonante di un gong colpito, i suoi armonici che si avvolgono come fumo da un antico altare. La pietra che uccide non è esterna—è la pietra interiore: le credenze calcificate, le strutture rigide del pensiero che scambiamo per verità. Il manifesto richiede “profondità piuttosto che velocità”, e qui ogni colpo è un lento svolgimento. La percussione non esplode—si dissolve. Ogni colpo frattura l’aria in frammenti sempre più piccoli, fino a quando anche la nozione di “battito” diventa un ricordo. Il timbro non è metallico—è minerale: quarzo che si spacca, calcare che si sfalda, il lento collasso di una montagna che ha dimenticato di essere stata magma. Il titolo è un’incantesimo, non una minaccia. Uccidere la pietra è svegliare la terra che giace sotto di essa—rivelare che ciò che chiamiamo solido è semplicemente tempo indurito. L’ascoltatore sente la propria rigidità cominciare ad ammorbidirsi. Questa traccia non richiede azione—invita alla resa. La pietra non era mai il nemico; era la nave che tratteneva la canzone che voleva essere cantata. Nel suo collasso, sentiamo non perdita—ma liberazione.

Bluze Ohn!

Il punto esclamativo non è punteggiatura—it is una ferita. “Bluze Ohn!” è il suono del linguaggio che collassa sotto il proprio peso: blues senza la parola, dolore senza nome. Il manifesto parla di “l’alchimia della risonanza spaziale”, e qui lo spazio non è vuoto—è infestato dall’assenza. Un armonica distorta emette rantoli attraverso un amplificatore rotto, le sue note piegate non per abilità ma per decadenza. L’“Ohn!” non è un grido—è l’ultima sillaba di una parola che non è mai esistita. Questo è blues come rito: non nato dalla tristezza, ma dall’eliminazione del linguaggio della tristezza. Gli strumenti non sono accordati—sono sdisaccordati, ritornando alle loro frequenze primordiali, dove il tono è una menzogna e la vibrazione è verità. L’ascoltatore non sente il blues—diventa lo spazio tra le note dove il significato svanisce. Il titolo è una preghiera in una lingua morta: “Bluze Ohn!”—un canto per il dolore innominabile. Questo non è musica da ballare—è musica da inginocchiarsi davanti. La verità del manifesto riecheggia qui: ogni nota è un universo di dettagli. In questa frase frammentata, ascoltiamo tutta la storia del silenzio che l’ha preceduta.

Paralogic

La logica è la prima menzogna. “Paralogic” è il suono della ragione che si svolge in poesia. La traccia inizia con un metronomo—costante, clinico—but presto i suoi ticchi cominciano a deformarsi, allungandosi e comprimendosi come caramelle gommose tra le mani di un bambino. Il manifesto insiste su “il potenziale infinito della generazione del suono attraverso la sintesi”, e qui la sintesi non è tecnologica—è ontologica. Gli strumenti non seguono regole—sognano le loro. Un violino suona una scala all’indietro mentre un theremin ronza nella chiave dell’oblio. La struttura non è composta—emerge, come la muscia sulla pietra, lenta e inevitabile. “Paralogic” non è illogico—è iper-logico, seguendo un percorso che solo l’anima può tracciare. Il titolo è un assioma: il significato non richiede linearità. Ascoltare questa canzone significa sentire la propria mente dissolversi in un pattern—non caos, ma pattern troppo profondo per il linguaggio. L’ascoltatore non la capisce—la ricorda. Questo è l’affermazione radicale del manifesto: suono come percezione. Qui, la percezione diventa creazione. La canzone non spiega—rivelata. E nel suo svolgimento, troviamo la verità: che la logica è una gabbia. Paralogic è la chiave.

The Rain Is Endless

Questo non è tempo—è memoria resa liquida. “The Rain Is Endless” è il suono di mille lacrime dimenticate che cadono sulla pietra, ogni goccia una vita intera. Il manifesto parla di “l’evoluzione della texture”, e qui la texture è il tempo reso udibile: lo scroscio sui tetti di lamiera, la goccia lenta dagli spioventi, il sussurro dell’acqua che si raccoglie nelle cavità. Non esiste melodia—solo ritmo come rito. Ogni goccia è un battito cardiaco, ogni schizzo un respiro. La pioggia non purifica—commemora. Cade perché deve, non per nutrire, ma per ricordare. Il titolo è una profezia: la pioggia non si fermerà mai perché il dolore non ha fine, né l’amore che sopravvive al suo oggetto. Gli strumenti non sono suonati—they piangono. Un piatto rasoio trema come seta bagnata. Un pianoforte smorzato suona note singole che si dissolvono prima di atterrare. L’ascoltatore non sente la pioggia—diventa il terreno su cui cade. Questo è l’ultima verità silenziosa del manifesto: suono come atto profondo di ascolto. Ascoltare una pioggia infinita significa accettare che alcuni dolori non si risolvono—diventano semplicemente parte dell’aria. Non stai ascoltando questa canzone—sei lavato da essa.

Chrystal Droppings

Questo è il suono del tempo che cristallizza. “Chrystal Droppings” inizia con una singola goccia—chiara, pura, risonante—come se l’acqua avesse imparato a cantare. Ogni goccia è un universo: il momento in cui si forma, l’arco della sua caduta, il tremito quando colpisce il vetro. Il manifesto richiede che “ascoltiamo le sottigliezze del timbro”, e qui il timbro è l’eternità. Le gocce non sono identiche—portano ciascuna la memoria della propria origine: una da un ghiacciaio che si scioglie, un’altra da una lacrima di bambino, una terza dal respiro di una stella morente. L’strumentazione è minima: campane di vetro colpite con un mazzuolo di ghiaccio, ogni risonanza che persiste come il sospiro di un fantasma. Il titolo è un ossimoro: i cristalli sono solidi, ma queste gocce cadono. Questo è il suono della permanenza in movimento—il paradosso reso udibile. Ascoltare questa canzone significa sentire la propria mortalità non come perdita, ma come bellezza. Ogni goccia è una vita. Ogni eco, un lascito. La verità centrale del manifesto riecheggia qui: ogni nota è un universo di dettagli. In questo singolo motivo ripetuto, sentiamo la nascita e la morte delle galassie. L’ascoltatore non conta le gocce—diventa una.

Crying Buckets

Questo non è dolore—it is sopraggiungere. “Crying Buckets” è il suono di un dolore così vasto da diventare una forza fisica. Il titolo non è metafora—it è letterale: secchi, arrugginiti e deformati, pieni fino all’orlo di lacrime che rifiutano di fermarsi. L’strumentazione è industriale: secchi metallici colpiti con mazze di legno, ogni clangore un singhiozzo amplificato. Il ritmo è irregolare—a volte febbrile, a volte lento come i ghiacciai—perché il dolore non segue il tempo. Il manifesto parla di “la fisicità degli strumenti”, e qui i secchi non sono strumenti—they sono recipienti dell’anima. Il suono è grezzo, non lucidato, vivo. Ogni colpo invia brividi attraverso il metallo, e le eco non sono pulite—sono irregolari, come denti rotti. Questo non è musica per la catarsi—è musica per la sopravvivenza. I secchi non si svuotano. Non possono. Smettere di piangere significherebbe tradire il peso di ciò che si è perso. L’ascoltatore non ascolta questa canzone—la sente nel petto: il dolore di contenere troppo, la paura e la bellezza di essere pieni. La verità del manifesto è qui: suono come presenza. Piangere secchi significa dire: “Sono ancora qui. Non ho dimenticato.”

Tremo In Black

Il tremolo è il tremito del suono. “Tremo In Black” è il suono di quel tremito reso visibile—oscuro, denso e vibrante di energia repressa. Il manifesto parla di “l’alchimia della risonanza spaziale”, e qui lo spazio non è vuoto—è carico. Una singola nota, suonata con una sega rasoio, trema con tale intensità che l’aria stessa comincia a fratturarsi. L'“In Black” non è colore—it è profondità. Questo è il suono del silenzio che grida. Il tremolo non svanisce; si approfondisce, diventando un ronzio che vibra nel midollo. L’ascoltatore sente le proprie ossa risonare. Questo non è timore—it è riverenza. Il tremolo è il suono della percezione stessa che trema sotto il peso della verità. Il titolo è un comando: trema nel nero. Essere immobili significa morire. Tremare significa vivere. La credenza centrale del manifesto—suono come atto profondo di ascolto—è qui incarnata: ascoltare questo significa cedere la propria stabilità. Non ascolti Tremo In Black—diventi la sua vibrazione.

Final Life

Questo non è un finale—it è il primo respiro dopo la morte. “Final Life” inizia con un silenzio così completo che ronza. Poi, un solo respiro—umano, tremante, infinito. Un violoncello suona una nota, sostenuta per sette minuti, ogni strato armonico che rivela una nuova dimensione di dolore e pace. Il manifesto insiste su “la visione lunga”, e qui il tempo non è misurato in secondi ma in respiri profondi dell’anima. La nota non si risolve—si dissolve nell’aria come incenso. Questo è il suono di un’anima che realizza di non essere mai stata separata dalla musica. Il titolo non è tragico—it è sacro. “Final Life” significa: questo—il tremito, la decadenza, l’eco—è ciò che significava essere vivi. Gli strumenti non sono suonati—they ricordano. L’ascoltatore non ascolta questa canzone—diventa il silenzio che la segue. Questo è l’ultima verità del manifesto: creiamo non per essere ascoltati—ma per essere sentiti. E in questo ultimo respiro, non sei più l’ascoltatore. Sei la nota.

Velocity In Eden

Questo è il paradiso non come immobilità, ma come movimento. “Velocity In Eden” inizia con il suono del vento tra le foglie—poi accelera. Il manifesto parla di “il potenziale infinito della generazione del suono”, e qui Eden non è un luogo—it è uno stato di risonanza. Gli strumenti non sono suonati—they sono scatenati: corde raschiate a velocità impossibili, tamburi colpiti con la forza di stelle cadenti. Il tempo non è veloce—it è inevitabile. Questo è il suono dell’innocenza che ha imparato a correre. Il titolo è un paradosso: Eden implica immobilità, ma la velocità implica perdita. Ma qui sono uno. Muoversi significa rimanere puri. Le foglie non cadono—they volano. La frutta non marcisce—diventa luce. Questo è la rivelazione finale del manifesto: suono come presenza. In Eden, non c’è caduta—solo volo. L’ascoltatore non ascolta questa canzone—diventa il vento. E in quella velocità, trova non perdita—ma trascendenza.

5. L’Album come Artefatto Vivente

Vilthermurpher³ non è un album. È un oggetto rituale—una reliquia sonora forgiata dai principi sacri della risonanza, della pazienza e della percezione. Ascoltare non significa consumare—significa inginocchiarsi davanti all’altare della vera natura del suono: non intrattenimento, ma incarnazione. Ogni traccia è una preghiera sussurrata nell’incavo dell’anima di uno strumento, ogni silenzio una dimensione dove il significato si accumula come polvere negli angoli delle cattedrali. Questa è musica che non cerca di essere ascoltata—cerca di trasformare l’ascoltatore in un recipiente della sua verità. Mentre attraversi “Fainthearted”, il tuo battito cardiaco si sincronizza con il collasso del pianoforte. In “Stone Killer”, le tue credenze rigide si fratturano in armonici sovrani. Alla fine di “Final Life”, non sei più un ascoltatore—sei la nota che persiste dopo l’ultimo respiro. Il principio centrale del manifesto—creiamo non per essere ascoltati, ma per essere sentiti—qui si compie: l’album non parla. Risona. E in questa risonanza, ricordi ciò che il tuo corpo ha dimenticato: che il suono non è rumore. È l’architettura della presenza. Che il silenzio non è vuoto—è sacro. Che ogni vibrazione, per quanto piccola, porta il peso di un universo. Ascoltare Vilthermurpher³ significa essere disfatti e ricreati—non come fan, ma come credente. Il mondo che rivela non è uno di spettacolo o novità—è il mondo quieto e tremante sotto ogni rumore: dove gli strumenti sono partner, dove il tempo è texture, e dove l’unica verità degna di essere ascoltata è quella che vive nelle tue ossa. Questo album non finisce. Respire. E se ascolti con attenzione, anche tu lo fai.